Smartworking, e se fosse per sempre? Un’analisi delle ripercussioni a livello immobiliare

Lo smartworking si sta affermando come un’opzione praticabile – e forse meno temporanea di quanto ci aspettassimo. Quali saranno i trend del fenomeno e quali le molte ripercussioni sul settore immobiliare? Andiamo a scoprirlo.

Ricerca di privacy e spazi privati

Una delle conseguenze della diffusione dello smartworking, da quanto emerge da una ricerca effettuata da Zillow – il principale portale immobiliare negli USA – è che le esigenze abitative hanno subito un’inversione di tendenza riguardo alla divisione degli spazi: da un trend open space si è passati al bisogno di avere spazi con una maggiore privacy all’interno dell’abitazione. Un ambiente privato, che permetta di isolarsi dal resto dei coinquilini o familiari e dove poter lavorare in tranquillità. Le nuove richieste sono quindi costruzioni progettate con una maggiore suddivisione degli ambienti, che facilitano l’arredo di uno studio o uno spazio – anche piccolo – dedicato allo smartworking. Sono case con ambienti comuni piccoli ma con uffici domestici dotati di un maggiore isolamento dal rumore.

Un cambiamento qualitativo

La domanda sta subendo anche un cambiamento qualitativo ovvero, dovendo rimanere in casa molte ore, si cercano ambienti più grandi e gradevoli. Lo studio effettuato da Gabetti e Patrigest sottolinea infatti l’aumento di ristrutturazioni di immobili per soddisfare i nuovi standard emersi. Si rinuncia a piccoli appartamenti in centro città a favore di metrature maggiori in periferia o nell’hinterland. Smog, stress, inquinamento acustico, code interminabili diventarenno davvero un ricordo lontano?

Spazi di coworking

Nonostante le nuove case si stiano attrezzando per garantire lo svolgimento dello smartworking in tutta comodità, molti potrebbero preferire degli spazi di coworking. Ambienti attrezzati, comodi, con una connessione sicura e tutti i comfort per facilitare l’attività lavorativa al di fuori degli uffici. La domanda di affitto di questi ambienti – finora diffusi principalmente nelle grandi città – potrebbe aumentare considerevolmente anche in provincia.

Il fenomeno del Southworking

Sfruttando la possibilità di lavorare da remoto, Elena Militello, una ricercatrice dell’Università di Lussembrugo, ha avuto un’idea rivoluzionaria, trasformatasi in ‘Southworking‘, un progetto di Global Shapers, la community di giovani innovatori del World Economic Forum.

L’idea è più o meno la seguente: immaginate un mondo in cui si possa vivere nel sud Italia – dove la qualità della vita è migliore e i costi molto più bassi – senza dover rinunciare al posto di lavoro nelle grandi aziende del nord. Basta confrontare i prezzi degli affitti di Milano rispetto a quelli di una cittadina del sud per rendersi conto dell’impatto socioeconomico che questa iniziativa comporterebbe, oltre a fare da propulsore per l’economia del Meridione e per il settore immobiliare di città come Napoli, Palermo e provincia (potrebbe essere la risposta all’annosa Questione Meridionale? è la domanda a cui i ricercatori stanno cercando di rispondere, valutando anche la fattibilità del progetto). Inoltre, si passerebbe da un sistema aziendale che premia la presenza in ufficio ad uno che incentiva il raggiungimento degli obiettivi. Attualmente venti professionisti trentenni stanno sperimentando questo progetto partendo dalle città di Milano e Palermo come scambio iniziale.

Il Sindaco di Milano Beppe Sala, forse un po’ preoccupato dai risvolti che la situazione potrebbe avere sull’economia del capoluogo lombardo, ha invitato nei giorni scorsi i milanesi (doc e non) a far rientro a lavoro: “Basta smartworking, i dati Covid sono incoraggianti. La situazione economica richiede che le persone tornino al proprio posto di lavoro ed escano dalla grotta”. Un timore comprensibile, ma la faccenda è complessa e potrebbe portare benefici e riequilibri più ampi, a livello di sistema-Paese.

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